Quando finisce? Quando finisce? Quando finisce?

La noia non esiste.

– Ciao cugino, stasera facciamo una rimpatriata con tutti i miei fratelli e mia mamma. A Cattolica. Alle 20.30. Vieni?
– Sì!
– Sulla strada di Porto Empedocle c’è sempre un manicomio. Parti intorno alle 19.00.

L’ultima volta che li ho visti tutti insieme avrò avuto dieci anni.
La sensazione di famiglia è la stessa di quella che provi dentro l’utero di tua madre.
E’ una grande occasione per riscoprire emozioni sepolte sotto questa maschera di adulto.

Alle 18 c’è la cena sociale con gli amici, in video conferenza. Posso anche guardarla mentre mi vesto.
Alle 18.55 arriva Paolo col motorino. Ci siamo conosciuti da poco e vogliamo fare amicizia. Non posso mandarlo via così. Gli offro una birra. Ha sempre una canna enorme tra le dita.
– Fumi?
Alla fine gli dico che devo andare a Cattolica Eraclea per una cena con tutti i parenti.

19.30.
Tutta la gente del mondo torna dal mare.
E io sono intrappolato in una punto nera.
Noia.
Che vuol dire?
Non mi va di sentire musica. Non mi va di scrivere messaggi. Non mi va di chiamare nessuno.
Stamattina ho fatto meditazione. Meditare vuol dire stare con quello che c’è.
Che cosa c’è adesso?
Niente. No, aspetta.
C’è un desiderio: non voglio stare qui.
Perché, qual è il problema di stare qui?
Non so cosa fare. Non posso produrre nulla. Non posso sistemare casa, non posso stampare i documenti che mi servono domani, non posso studiare, non posso scrivere, non posso suonare. Non posso distrarmi.
Non voglio stare solo con me stesso.
Mi sento in colpa.
Potevo mandare via Paolo. No, non potevo. L’ho mandato via il prima possibile. Non è stata colpa mia.
L’universo è una serie di eventi necessari. Ciò che deve accadere accade.
Il tempo non passa.
Come quando l’Ayahuasca ti prende male. Ogni secondo dura un secolo e sai pensare solo a una cosa: “Quando finisce? quando finisce? quando finisce? quando finisce?”
Come quando sei sul letto di morte. Non hai più niente e non sei più niente.
E l’unica soluzione è l’unica soluzione per ogni occasione: arrendersi.
Come quando sei poverissimo, fuori fa freddo, e tu non hai le scarpe invernali. La soluzione è semplice: non esci.
Stai con quello che c’è. Qualunque cosa sia. Smetti di controllare. Rinunci a tutto.
E alla fine non è così male. Non dover più essere un pubblicitario, o un artista, o un insegnante, o un barista, o un imprenditore, o un poliziotto, o un medico, o un dirigente, o un padre, o un figlio, o una brava persona, o una cattiva persona, o bella, o brutta, o grassa, o bassa, o magra, o intelligente, o divertente, o noioso, o famoso, o sconosciuto, o vivo, o morto.
Non dover fare niente per dimostrare nulla a te stesso e agli altri.
Non dover aver fretta per essere altrove a provare chissà quale piacere, che rispetto a questo è ormai nulla.
Apprezzare la vita. Apprezzare la Natura. Apprezzare Dio.
Amare Dio.
Nient’altro ha più importanza ormai.

E ho fatto solo due tiri!

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LA PERSEVERANZA DEL SOLE.

Non è l’inquinamento
Non è la fame nel mondo.
Non è la droga.
Non è la mafia
Non sono i fascisti.
Non è la chiesa.
Non è Salvini.
E’ la routine.

Suona la sveglia.
1) Faccio la cacca.
2) Scrivo sul quaderno tre pagine di tutto quello che mi passa per la testa.
3) Mi lavo la faccia, le ascelle e i denti. (ogni tanto mi faccio anche la doccia.)
4) Metto l’acqua nel pentolino. Mentre si scalda prendo dal frigo il mezzo limone del giorno prima e lo spremo nel bicchiere. Poi verso l’acqua nel bicchiere e bevo.
5) Metto giù il tappetino e faccio tre serie di saluto al sole.
6) Faccio gli esercizi per gli occhi che mi consentono di continuare a non portare gli occhiali.
7) Faccio mezz’ora di meditazione.
8) Pensieri.
9) Pranzo.
10) Pensieri.
11) Cena.
12) Letto.

Mi ricordo da giovane in Sicilia con i miei amici.
Stavamo in spiaggia tutta la notte a farci le canne, e spesso pregavamo che il sole non sorgesse.

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Quello che non c’è più

Se vivi a Milano ti capita di andare a vedere com’è, da fuori, questo nuovo locale fighetto che hanno aperto vicino casa tua in una fabbrica abbandonata di cui poco tempo prima eri andato col tuo amico a fotografare le rovine.

 

E ora ci passate davanti in macchina e dite “dovremmo vedere una volta che effetto fa entrare in un posto così”. Come se non l’avessimo già fatto secoli fa e non ne avessimo già le palle piene da mò. Ma spesso ci si dimentica.
Mentre aspettate al semaforo di allontanarvi da quel posto su cui state ipotizzando il viaggio archeologico, vedi tre tizi che attraversano le strisce diretti lì. E sono libri aperti. Vedi tutta l’inconsapevolezza della morte che già da universitario ti annoiava a morte. E lo sai che se entrassi in quel locale dureresti massimo 10 minuti.
La preghiera è la nascita di un desiderio contro te stesso: “ti prego spazza via tutto, toglimi tutto quello che ho, distruggi tutto quello a cui ancora mi attacco. Fallo come vuoi. Con violenza se necessario. Fallo adesso. Che io non desideri più di godere ancora un po’ di quello che non c’è. Spazzami via.”
Che io non possa più dire nella mia vita “che palle!”
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